Nicoletta Cinotti con grazia grinta e gratitudine

Nicoletta Cinotti con grazia grinta e gratitudine

Tornare a casa

Sul diventare genitori di sé stessi

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Nicoletta Cinotti
giu 15, 2026
∙ A pagamento

Ti scrivo un po’ in ritardo perché questa labirintite mi rallenta, ma sono contenta perché non ti ho lasciata sola: un articolo sulla vergogna e la diretta con Valerio Grutt (solo per gli abbonati Premium).

Anche se possono sembrare due cose non collegate, in realtà c’è un filo che recupera l’importanza di non sapere, di attraversare il disorientamento e di avere fiducia nella propria sete. È la sete che spinge a cercare una direzione nel deserto. È quella sete che ci spinge a non mollare anche se tutto ci grida in faccia di farlo, ma sappiamo che mollare vorrebbe dire tradirsi. È un confine così delicato e sottile quello tra grinta e ostinazione, tra non mollare e lasciar andare, che solo l’imprevisto, il disorientante, il precipitare nella nostra vita proprio così come siamo ci consente di trovare una direzione.

Ieri avevo l’intensivo del programma MSC e nella meditazione di apertura — quella che ti condivido oggi — mi è scappata una frase. Quella frase che non hai pensato di dire ma che esce come se fosse dotata di vita propria: “riposiamo di quella stanchezza che non ha nome, che è la stanchezza del non aver mai mollato.” Due persone mi hanno ringraziato per quella frase, e a loro ho dedicato “La sosta”.

La sosta

C’è una stanchezza che il sonno non guarisce.

È quella di chi tiene insieme tutto da troppo tempo. Il lavoro, le persone, le cose che cadrebbero se mollassi la presa anche solo per un giorno. Hai imparato a essere quella forte, quella affidabile, quella che “tanto ce la fa sempre”. E nessuno si chiede più se sei stanca, perché hai smesso di dirlo.

C’è un tipo di riposo che non è dormire. È smettere, per qualche giorno, di essere indispensabile. È un luogo dove qualcun altro tiene il filo, e tu per una volta puoi posarti.

Non è pigrizia. È la cosa più adulta che esista: riconoscere che anche tu hai bisogno di essere tenuta.

Quand’è stata l’ultima volta che ti sei concessa di non reggere niente? 🪷


Così mi sono ricordata che c’è stato un tempo in cui tornare a casa mi dava il sollievo di non dover reggere nulla. Ci pensava mia madre a esistere al posto mio: cucinava, stirava, sistemava, e per un breve lasso di ore ti faceva credere che niente di male sarebbe potuto succedere finché eri sotto il suo ombrello.

Ma quell’idea — che l’ombrello sia sempre qualcun altro — è la matrice di tutte le nostalgie. E le nostalgie sono convincenti come i miraggi: nel deserto vediamo l’acqua dove non c’è e camminiamo verso un punto che si allontana. Rimaniamo intrappolate nella ricerca, restiamo nel deserto, se non pensiamo mai che quell’ombrello possiamo essere noi.

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