Attraversare
terza tappa della settimana tra restanza, attesa e cura
"Nel mezzo del fiume, con la riva ormai fuori vista, la zattera inizia a disintegrarsi. Ci troviamo con assolutamente nulla a cui aggrapparci. Dal nostro punto di vista convenzionale, questo è spaventoso e pericoloso. Tuttavia, un piccolo cambio di prospettiva ci dirà che non avere nulla a cui aggrapparsi è liberatorio." – Pema Chödrön
Nel mio paese c’era un fiume. Oggi poco più che un ruscello con pochissima acqua. Ma quando ero piccola il gioco, nascosto e segreto, che ripetevo fino allo sfinimento, era attraversarlo e, soprattutto, attraversarlo in più punti possibili. Non mi accontentavo del collaudato attraversamento. Camminavo lungo il fiume e provavo passaggi nuovi (e qualche volta anche parecchio bagnati).
I piccoli fiumi di montagna cantano molto: sono ostacolati dai sassi, scorrono su terreni ripidi e non sono mai silenziosi come i fiumi di pianura. In ogni caso quel cantare bizzarro mi dava coraggio. Ecco: restare, a un certo punto, diventa attraversare il fiume. Non sai come andrà a finire, potresti bagnarti, cadere (affogare, in quel fiume, non era proprio possibile). Quando mi sono lasciata alle spalle la società dove ero cresciuta non sapevo come sarebbe andata a finire: poteva essere un grande buco nell’acqua e, anche se avevo messo degli stepping stones con il mio blog, accettavo un rischio: potevo rimanere sola. E, sicuramente, non sapevo come sarebbe andata a finire — e, retrospettivamente, non mi sarei mai aspettata quello che è successo.



